«Il diritto internazionale è morto». «Perché, era vivo?»
Mettere le cose in prospettiva non migliora la pessima situazione in cui ci troviamo, ma potrebbe aiutarci a capire cosa dobbiamo fare.
Foto di Anna-Louise
Due signori s’incontrano per strada, uno si leva il cappello in segno di saluto, e dice «il comunismo è morto». L’altro risponde «il comunismo è morto a lei!». Sotto la scena, una didascalia recita ‘ormai è come dire buongiorno e buonasera’.
È una vecchia vignetta di Vauro, uscita poco tempo dopo l’abbattimento del Muro di Berlino. Se a ‘comunismo’ sostituiamo ‘diritto internazionale’, la vignetta credo torni di attualità.
L’arresto di Nicolas Maduro in Venezuela è l’ulteriore, plateale, violazione del diritto internazionale da parte di un’istituzione, il governo degli Stati Uniti, che pure ha contribuito a farlo nascere. Che molte figure istituzionali (inclusa la nostra presidente del Consiglio: cos’ha detto di preciso lo si trova qui) considerino legittima un’azione del genere forse è una controprova: se neppure capi di stato o di governo sanno (o si interessano a) cosa dice il diritto internazionale non vuol forse dire che questo è morto e sepolto? (a scanso di equivoci: è chiaro che non si tratta di difendere Maduro, che è indifendibile, o di affermare che la sua presidenza fosse giusta e legittima mentre il suo arresto non lo è. Le cose non stanno così, ma ci torno ancora un po’ dopo).
In principio era l’ONU
A produrre il diritto internazionale sono tanti soggetti. Però, certo, le Nazioni Unite sono il posto dove si scrivono le regole planetarie più importanti, non foss’altro perché dell’ONU fanno parte 193 stati tra i 195 generalmente riconosciuti (Wikipedia dice che gli stati sono 205, ma su una decina si discute, non c’è accordo condiviso nel riconoscerli).
Sin dall’inizio, le principali potenze mondiali hanno cercato di soggiogare l’ONU ai propri voleri. Gli Stati Uniti ci sono pure riusciti: il primo segretario generale dell’ONU, il norvegese Trygve Halvdan Lie, si schierò senza remore in favore degli USA. Li sostenne nella guerra di Corea e addirittura aderì al maccartismo, collaborando con l’FBI nell’epurare funzionari ONU sospettati di simpatie comuniste.
Ma con il secondo segretario generale la musica cambiò. Dag Hammarskjold, svedese, credeva fermamente in una ONU al di sopra delle parti, che si comporta come un soggetto terzo rispetto agli stati, in particolare alle grandi potenze. Il che, per gli Stati Uniti, è inaccettabile: o le Nazioni Unite si piegano al loro volere, oppure sono una controparte. Dagli anni Cinquanta in avanti, Washington con il Palazzo di Vetro ha questo rapporto: o mi dà ragione o se ne va al diavolo.
Cultura a corrente alternata
Gli Stati Uniti sono tra i paesi fondatori dell’UNESCO, l’agenzia dell’Onu per la cultura e l’istruzione. Nel 1984, con la presidenza Reagan, ne escono. Motivo ufficiale: è troppo filosovietica. Nel 2003, con la presidenza di George W. Bush, rientrano. Nel 2017, con Trump, escono di nuovo. Motivo ufficiale: è anti-israeliana (contestualmente si rifiutano di pagare un debito con l’UNESCO di qualche centinaia di milioni di dollari). Nel 2023 rientrano, sotto la presidenza Biden. Nel 2025, di nuovo fuori, perché per Trump l’Unesco è troppo ‘woke’.
Sono tutti pretesti del cavolo. La situazione è più semplice: se riescono a piegarla al proprio volere ci restano, sennò escono. Lo stesso rientro voluto da Biden era forse dovuto all’amore per cultura e istruzione, ma certo a spingerlo fu anche il timore della crescente influenza cinese in campo culturale.
La Corte Penale Internazionale
Washington ha messo in atto intollerabili persecuzioni nei confronti di giudici della Corte Penale Internazionale (analoghe a quella inflitta a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sulla Palestina). La ‘colpa’ di questi giudici è aver avuto l’ardire di cercare giustizia sui crimini commessi da Israele.
Ma è da quando è nata che la Corte Penale Internazionale è nel mirino della Casa Bianca. Anzi, da prima. Tra il giugno e il luglio del 1998 si tenne a Roma la conferenza diplomatica che avrebbe dato, appunto, vita alla Corte. Parteciparono delegati da tutto il mondo e gli Stati Uniti inviarono molti rappresentanti. Una delegazione bella folta, il cui scopo non era però contribuire alla nascita della Corte, ma frenarla, indebolirla. Washington ebbe successo: furono introdotte nello Statuto regole non adatte a una corte che doveva indagare e punire crimini come quelli contro l’umanità, quelli di guerra e il genocidio.
In ogni caso, benché alcune loro richieste fossero state accolte, al momento finale gli USA votarono contro la nascita della Corte. Ed erano gli Stati Uniti guidati da Bill Clinton, cioè da un presidente che è stato definito ‘progressista’ e preso a modello da molti, anche a sinistra, in tutto il mondo.
Chi decide i governi degli altri paesi
È stato scritto già un miliardo di volte: il problema non è difendere Maduro, che è indifendibile. Il punto: il governo di un paese si può decidere chi deve governarne un altro? In teoria la risposta è no, in pratica gli USA l’hanno fatto diverse volte. Ad esempio Iran, in collaborazione con la Gran Bretagna. Erano gli anni Cinquanta, puntavano al petrolio del paese e per questo volevano che al potere ci fosse qualcuno, Reza Pahlevi, disposto a concederglielo a buon prezzo (settant’anni dopo sono ancora lì a pretendere il petrolio altrui, il che fa venire dei dubbi sulla capacità di innovazione della più grande potenza economica).
Gli USA hanno cooperato a vari colpi di stato nell’America del Sud, in Argentina, in Brasile, in Cile, in Guatemala, in Uruguay. Nel 1989 vanno a Panama a prelevare il Manuel Noriega, capo delle forze di difesa panamensi, con un’azione molto simile a quella appena eseguita per Maduro, processo negli USA per droga incluso.
E a parte gli USA?
Ovviamente il diritto internazionale non può dipendere solo da un paese, anche se si tratta del paese più potente al mondo, con in dotazione un esercito senza pari e armi atomiche a volontà. Però, se andiamo a vedere il comportamento di Francia, URSS e Russia poi, Gran Bretagna e Cina, non vediamo una netta linea di rottura.
Le grandi potenze - che siano in decadenza o in ascesa - faticano ad accettare regole elaborate in contesti dove conta anche il parere di altri. Per tornare alla Corte Penale Internazionale, tra i suoi nemici più o meno convinti possiamo annoverare proprio anche Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina.
Abbiamo appena iniziato a camminare…
Io non credo che il diritto internazionale sia morto e, nonostante il titolo che ho scelto per questo post, neppure credo che non sia mai nato. Credo invece che nel Novecento si sia fatta avanti un’idea completamente nuova: e cioè che quella della forza non può essere l’unica legge. Perché, l’abbiamo visto, l’abbiamo provato sulla pelle, una comunità internazionale dove valgono solo i rapporti di forza è destinata a fallire. O meglio: è destinata a fare la fortuna di pochi e la sciagura di molti.
Il diritto internazionale, soprattutto quello che si occupa di diritti umani, con tutti i suoi limiti, le sue imperfezioni, i suoi balbettii, è il tentativo di andare oltre alla regola secondo cui chi è più forte fa quello che gli pare, gli altri si adeguino. Una regola che ha dominato per millenni.
Ovviamente, a chi è più forte o si ritiene tale, questa innovazione non piace. Ma quello che dobbiamo tenere presente, credo, è che questa innovazione è recentissima. Risale a ieri, in termini storici. Dunque, come un bambino, sta imparando a muovere i primi passi, trovando ostacoli su ostacoli.
Dobbiamo insistere nel portarla avanti e nel renderla concreta, questa idea, questa innovazione. E, a mio parere, dobbiamo smetterla di parlare del diritto internazionale come qualcosa che è stato ucciso da Trump e dai trumpiani. Perché è sotto attacco da quando è nato. È ancora molto fragile, e dunque certo che patisce i colpi di Trump e dei trumpiani. Ma non ha bisogno dei nostri de profundis, ha bisogno delle nostre cure e attenzione per crescere. Che ce la faccia, a crescere e svilupparsi non lo sappiamo. Ma sappiamo che è una delle nostre carte migliori, e la dobbiamo giocare.

